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* Sebben che siamo donne: Camille Claudel, una geniale e appassionata artista offuscata e dimenticata

Tenetevela, vi prego! Ha tutti i vizi e non voglio rivederla!”.

Con queste poche parole, scritte nel 1913 al Direttore del manicomio di Ville-Evrard, la signora Louise Cervaux, fresca vedova Claudel, condannò la figlia Camille a trascorrere gli ultimi trent’anni della sua esistenza in stato di reclusione forzata, resa ancora più triste dall’oblio che, poco a poco, sarebbe sceso su di lei.

Camille infatti morì il 19 ottobre del 1943 nella più totale solitudine, per la fame e gli stenti, perché nella Francia di quei tempi, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, se già il cibo scarseggiava per i cosiddetti “sani di mente”, figuriamoci se si trovava per i “fous”, i pazzi.

Questa fu la miserevole fine di una donna davvero straordinaria (aggettivo qui da intendersi nel senso etimologico di “fuori-dal-comune”) che, secondo la descrizione fatta dal fratello e confermata dalle fotografie che di lei ci rimangono, in gioventù “aveva una bellezza, un’energia, un’immaginazione e una volontà eccezionali”.

Camille Claudel era nata nel 1862 in uno sperduto villaggio della Champagne, dove il padre Louis lavorava come funzionario comunale, mentre la madre si occupava di mandare avanti il tranquillo ménage familiare, crescendo i tre figli all’insegna dei valori tradizionali quali lavoro, parsimonia, fatica, ubbidienza e senso del dovere.

In questo quadro d’insieme, ben poco tempo restava per le dimostrazioni d’affetto, specie da parte materna. Suo padre invece riuscì a cogliere e valorizzare l’incredibile inclinazione naturale che Camille dimostrò di possedere fin da bambina per la scultura: tutto ciò che vedeva, leggeva e immaginava, la spingeva infatti a modellare quelle che, in principio, erano semplici statuine d’argilla.

Lo scultore Alfred Boucher, richiesto di un parere dal signor Claudel, comprese subito il genio che animava quella ragazzina e consigliò al padre di farla “monter vers la Capitale”, perché soltanto a Parigi, a quei tempi centro della vita artistica e culturale di tutta Europa, avrebbe potuto studiare e diventare una vera artista.

Ecco dunque che nel 1881 l’intera famiglia si trasferì nella “Ville Lumière”, dove Camille iniziò a seguire lezioni di modellato presso l’atelier dello stesso Boucher e poi, quando quest’ultimo si trasferì in Italia, nello studio di Auguste Rodin, scultore che si era già creato una fama importante.

Di ventidue anni più vecchio di lei, brutto, tarchiato e legato ad una donna che gli aveva regalato un figlio, ma con la quale non aveva voluto sposarsi, Rodin fu presto sconvolto dalla bellezza, dal talento e dal temperamento della nuova allieva, che in poco tempo diventò la sua più stretta collaboratrice, la musa, la modella preferita e l’amante. Per i successivi dieci anni i due lavorarono a quattro mani in una sorta di fusione artistica, professionale, amorosa e passionale.

A partire dal 1893 però Camille iniziò a prendere le distanze dal maestro, perché esasperata dai giudizi dei critici che non smettevano di accostare i suoi lavori a quelli di Rodin. Lei infatti voleva ormai rimarcare la propria autonomia e la raggiunta maturità artistica, facendo capire a tutti che le opere che uscivano dalle sue mani erano davvero e soltanto sue.

La confidencia

Quel brusco allontanamento le permise di assicurarsi le prime commesse lavorative in proprio, tanto da poter esporre le sue opere ad importanti esposizioni nazionali ed internazionali.

Le Dieu envolé”, “La Petite Chatelaine”, “la Valse”, “Contemplation”, “le Premier Pas”, “Clotho” e soprattutto “l’Age Mûr“ sono solo alcune delle bellissime opere in marmo o bronzo realizzate da Camille in quegli anni di lavoro febbrile, purtroppo tormentati dalle ossessioni di cui iniziò a soffrire.

La vague

L’amore che aveva provato per Rodin si trasformò infatti in profondo risentimento nei suoi confronti tanto che, sospettando che quest’ultimo volesse impossessarsi delle sue opere, ne distrusse alcune inscenando una specie di “esecuzione” e finendo poi per isolarsi nel proprio studio, in mezzo a disordine, degrado e sporcizia.

Nel marzo del 1913, ad una settimana esatta dal decesso del padre che gli mandava ancora qualche aiuto di nascosto, il resto della famiglia decise di chiederne l’interdizione, ordinando il suo ricovero in quel manicomio da cui, nonostante tutte le sue suppliche, non sarebbe mai più uscita.

Nel 1988, a 45 anni dalla morte, una splendida Isabelle Adjani, nel film “Camille Claudel”, avrebbe finalmente reso il giusto omaggio a questa grande artista, diffondendo la conoscenza della sua opera, ma soprattutto della tristissima vicenda umana che l’aveva vista come protagonista.

“Sebben che siamo donne” è il titolo di uno dei tanti canti delle donne mondine che rivendicavano il loro salario come al solito minore di quello degli uomini.
Con questo titolo pubblicherò articoli che parlano di donne che non hanno ricevuto i dovuti riconoscimenti e per il loro ingegno e per il lavoro fatto.
Solo per il fatto di essere donne.

Un pensiero riguardo “* Sebben che siamo donne: Camille Claudel, una geniale e appassionata artista offuscata e dimenticata

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