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* Il 17 novembre si celebra il Gatto Nero Day, una giornata dedicata a contrastare le superstizioni sui mici dal manto scuro e a riabilitare la loro reputazione

 

Il Gatto Nero Day è una ricorrenza istituita dall’Associazione Italiana Difesa Animali ed Ambiente (AIDAA) che, ogni 17 novembre, dal 2003,celebra i mici dal manto scuro. con lo scopo di combattere e superare le tante superstizioni che girano su questa bellissima tipologia di gatto , per secoli oggetto di superstizioni e credenze popolari ingiuste e infondate.

Il gatto nero è stato, e purtroppo a volte è ancora, oggetto di superstizioni popolari che hanno etichettato questo animale come portatore di sfortuna e sciagure.

In realtà il carattere del gatto nero lo porta a essere un felino con una grande propensione alla lealtà e all’amicizia verso gli esseri umani, caratteristiche queste che stridono particolarmente con le dicerie diffuse sul suo conto. Il micio dal manto scuro ha poi un’indole riservata e schiva, pur essendo un animale estremamente sensibile e intelligente.

Secondo una ricerca che è stata realizzata dall’US National Cancer Institute poi, i gatti neri hanno una minore propensione a contrarre determinate malattie.

Questa evidenza scientifica è supportata anche dalla realtà dei fatti: i felini bianchi e neri sono infatti fra i più diffusi, a dimostrazione appunto della effettiva resistenza di questa specie. Si pensi, a questo proposito, che in Italia il 10% dei 20 milioni di gatti viventi sono di colore nero.

Il gatto nero europeo a pelo corto è una razza molto comune, che si contraddistingue per i caratteristici occhi verdi.

Anche il gatto nero Bombay è una razza particolarmente diffusa, che si può riconoscere per la testa e le orecchie arrotondate. Il carattere è tipicamente coccolone e accomodante.

Anche il gatto nero British ha un buon temperamento, ed è anche molto intelligente. Il muso di questa razza di felino è dritto e tondo, il corpo robusto e muscoloso e la coda grossa.

Una razza rara e preziosa di gatto nero è invece il Persiano, che ha un carattere leale e affettuoso

A Milano dal 17 novembre al 10 dicembre 2019 presso la Ex Fabbricadelle Bambole di Milano è stata allestita la mostra collettiva Il gatto nero nell’arte.

A Napoli, Il 17 novembre 2019 , in occasione del Gatto Nero Day, è stato inaugurato al Vomero uno spazio dedicato ai felini neromantanti pronto a sfatare la loro fama di portatori di ‘jella’

La paura, per vincerla, deve essere esorcizzata. Così come la sfortuna.

C’è chi si lascia suggestionare da uno specchio rotto e chi, invece, si fa prendere dall’ansia alla vista di un gatto nero che attraversa la strada e, al fine scongiurare la malasorte, tenta disperatamente di cambiare direzione. 

É ora di sfatare questo mito: incontrare un felino dal manto scuro non è affatto segno di sventura. Anzi. Nei paesi anglosassoni, così come in Giappone, questo animale è addirittura considerato un portatore di fortuna e felicità. Perché non prendere esempio?

Se non siete affetti da eptacaidecafobia (paura del numero 17) prendete nota: il prossimo 17 novembre, in occasione della sedicesima edizione del Gatto Nero Day, aprirà a Napoli il Museo del Gatto Nero.

La scelta della città non è ovviamente casuale, parliamo della patria dei cosiddetti ‘jettatori’, una realtà in cui superstizione e scaramanzia, dai tempi più remoti, sono parte integrante della tradizione popolare.

Dall’antico Egitto al Medioevo, un viaggio nella storia dei gatti.

La location si trova nella zona del Vomero all’interno di un appartamento privato, ma aperto al pubblico, dove è stato allestito uno spazio permanente suddiviso in differenti sezioni tematiche (storica, artistica, fotografica etc.).

A parlare più di mille parole  circa un centinaio di cimeli tra fotografie, sculture, quadri e poesie raccolti nel corso degli anni dall’Associazione.

Gli oggetti custoditi al suo interno, infatti, aiuteranno i visitatori a ripercorrere la storia di questi deliziosi animali, ora amati e venerati come divinità, ora demonizzati e perseguitati.

Infatti, se nell’antico Egitto i gatti erano considerati animali sacri, nel Medioevo invece i mici neri erano visti come esseri demoniaci.

A completare il tutto sarà anche uno spazio ludico, ovvero una stanza dedicata ai giochi aperta ai quattro zampe accompagnati dai loro padroni.

Non c’è che dire, la notizia dell’apertura del Museo del Gatto Nero sta facendo il giro d’Italia alimentando tanta curiosità tra gattari e non.

Nell’attesa non bisogna munirsi di ‘Curniciello’ ovvero il famoso corno portafortuna: per visitare il museo e apprezzarlo in tutta la sua unicità, infatti, è sufficiente essere pronti a vedere il mondo con occhi diversi.

 

Ma per smontare la diceria basta guardare la situazione da un altro punto di vista: nella cultura asiatica infatti, il gatto nero è al contrario che da noi simbolo di fortuna e portatore di felicità. In quest’ottica i gatti neri non sono forieri di sventure e malignità da evitare, ma al contrario esseri di cui cercare la compagnia per propiziarsi la sorte. Si spera che quell’amico che ogni volta che vede un gatto nero cambia strada, d’ora in poi smetta di farlo. E se proprio deve per forza credere a una superstizione, può abbracciare quella asiatica, decisamente più positiva.

Basta cambiare prospettiva perché le cose cambino

https://www.lastampa.it/viaggi/italia/2019/06/07/news/napoli-in-arrivo-il-museo-del-gatto-nero-1.36539304

illustrazione di Tatiana Martino

 

 

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* La buona notizia del venerdì: anche gli alberi praticano il distanziamento sociale

Pensavi fosse un qualcosa che riguardasse soltanto l’essere umano?  

E invece no, anche gli alberi praticano il distanziamento sociale, solo che, a differenza nostra, loro lo fanno da sempre. Nel loro caso prende il nome di “timidezza della corona”. Ancora una volta il mondo vegetale ci da prova della sua sottilissima e preziosissima intelligenza.

Questo interessante studio muove i suoi primi passi nel 1982 quando il biologo Franz “Jack” Putz, cercando un po’ di refrigero dalla calura pomeridiana, decide di sdraiarsi ai piedi di un albero e alzare gli occhi al cielo. Notò che il vento muoveva i rami degli alberi, che nello scontro tra loro, facevano cadere foglie e rami. Questo movimento creava dei solchi e delle spaccature tra le estremità degli arbusti: la “timidezza della corona”, appunto.

Per trovare riscontro alla teoria di Putz basta recarsi in un bosco o in una foresta molto fitta e alzare gli occhi al cielo: i rami non si toccano mai e lasciano degli squarci tra loro.

Ma perché accade? In questo articolo cercheremo di scoprire insieme quali sono le principali ragioni per le quali gli alberi non si toccano mai. Di sicuro alla base di tutto c’è, così come per noi con il distanziamento sociale, un meccanismo di difesa.

Le somiglianze con gli esseri umani sono veramente eclatanti: così come l’uomo, anche l’albero ha bisogno del suo spazio e dei suoi confini, senza i quali non riuscirebbe a vivere in armonia con se stesso e con gli altri. Infatti, il fatto di riuscire a mantenere degli spazi tra loro, garantisce agli alberi un nutrimento vitale dato dal passaggio della luce, senza la quale la fotosintesi non potrebbe avere luogo.

Inoltre un altro importante vantaggio è quello relativo alla riduzione di probabilità di proliferarsi di piante rampicanti parassite, come soprattutto le invasive legnose chiamate liane, comuni in tutte le foreste tropicali e temperate di tutto il mondo. Anche gli insetti potrebbero rappresentare un grande rischio: incapaci di volare si farebbero strada tra la canopia come passaggio tra gli alberi e insieme alle malattie infettive rischierebbero di danneggiare l’arbusto. Far circolare l’aria, dunque, garantisce, come accade nelle nostre abitazioni, la possibilità di evitare situazioni potenzialmente pericolose, dovute al proliferarsi di germi e batteri, e non solo.

Ma ciò che stupisce piacevolmente di più è ancora una volta l’intelligenza degli alberi: consapevoli del fatto che l’accrescere eccessivamente le loro chiome li metterebbe di fronte al certo rischio di essere potati, gli alberi evitano di far crescere le loro estremità più del dovuto, rispettando così se stessi e gli altri. Questo eviterebbe loro danni inutili, poiché la creazione di nuovi tessuti è un processo molto dispendioso per le piante e quindi è come se gli alberi fossero previdenti ed evitassero di mettersi in una condizione per loro sconveniente.

A tal proposito sembrerebbe che alcuni alberi riescano a percepirsi a vicenda e quindi riescano ad arrestare il proprio processo di crescita prima di scontrarsi tra loro.

Tutto questo, non solo ci da l’ulteriore conferma dell’intelligenza del mondo animale, ma ci mostra anche come la chioma, la parte dell’albero che spesso sottovalutiamo di più, sia in realtà ricca di misteri e ancora tutta da scoprire.

Ma soprattutto ancora una volta la natura ci mostra quanto abbiamo da imparare da essa.

Parc de la Distance-Chris Precht per un parco a Vienna

https://iomonkeysworld.com/index.php/2020/08/15/anche-gli-alberi-praticano-il-distanziamento-sociale/?fbclid=IwAR1EdOozuD6gvii2tVLCeSYbNhcO2ebCC4UPHekAqQsS8bZO-kshcVM7Zxs

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* Natura morta con cachi di stagione

Mia nonna era una pittrice.

Dipingeva grandi arazzi con temi bucolici e sofisticate miniature su pergamena.

Mi è cara una piccola natura morta ad olio con frutta di un acceso e vibrante arancione.

Ho sempre pensato che fossero arance…

Ma, smontando la cornice per rinnovarla, in un angolo nascosto ho trovato il titolo:

” natura morta con cachi di stagione”

 

Il cachi è noto in botanica con il nome Diospyros kaki: deriva dal greco ed è costituito da due parole “Diòs” (riferito al dio Giove) e “pyròs” (frumento). Quindi, il cachi viene definito il frumento di Giove, “cibo degli dei”, per merito del suo sapore dolcissimo e unico ed originale.“kaki” fa riferimento, invece, al colore aranciato del frutto.

Il Diospyros kaki è un albero molto comune in Cina e Giappone dove è coltivato fin dalla antichità, con il nome “ Mela d’Oriente” e Loto del Giappone”. Sarà solo nel 1796 che il direttore, inglese, del Giardino Botanico di Calcutta ne porterà alcuni esemplari in Inghilterra.
Si ha notizia che un cachi fu piantato, nel 1870, nel Giardino Botanico di Boboli a Firenze. Qualche anno più tardi (1879) ne furono piantati diversi nell’Orto Botanico di Villa Giulia a Palermo, dove ancora oggi sopravvivono.

Il nome cachi (kaki) è l’equivalente del suono in lingua giapponese con il quale si designa l’albero ed il frutto; con tale nome pervenne in Inghilterra e così si diffuse.

Nel linguaggio dei fiori quello del cachi simboleggia l’eloquenza.

Un particolare significato è stato attribuito alla pianta di cachi recentemente: al bombardamento atomico di Nagasaki il 9 agosto 1945 è miracolosamente sopravvissuto una piccolo alberello di cachi. Nel 1994 uno fitopatologo giapponese è riuscito a far nascere da quell’alberello alcune piante di seconda generazione ed il Museo del bombardamento atomico ha cominciato a distribuirle ai bambini in visita come segno di pace, di speranza e di rinascita.

Nel 1995 durante la preparazione di una mostra a Nagasaki l’artista Miyajima Tatsuo venne a conoscenza dell’ albero di kaki sopravvissuto al bombardamento atomico e del fatto che il biologo Ebinuma Masayuki che se ne prendeva cura era riuscito a far crescere dai semi di quell’albero delle nuove piantine che Ebinuma donava ai bambini in visita a Nagasaki come simbolo di pace.  

Miyajima e Ebinuma hanno creato insieme un progetto per piantare in giro per il mondo nuove piantine di kaki ricavate da quell’unico esemplare sopravvissuto alla catastrofe.

Ecco il loro progetto: Revive Time Kaki Tree Project

Nel periodo invernale sulle bancarelle dei mercati giapponesi fanno la loro comparsa gli hoshi-gaki, i cachi secchi. Ne esistono di varie qualità, i più ricercati sono prodotti artigianalmente e addirittura “massaggiati” a mano prima di essere compressi tra tavolette di legno.

Il frutto del cachi ha profondi significati simbolici in Giappone, tanto è vero che è protagonista delle offerte religiose legate alla celebrazione del Capodanno: in ogni casa viene predisposto un piccolo altare su cui si impilano cibi rituali come tortini di riso, arance amare, alghe kombu e cachi secchi.

Haiku:

Te ni nosete

kaki no sugata

no horebore akaku.

Sul palmo della mano

rosseggia, rutilante nella sua pienezza,

un cachi.

Santōka

(1882-1940)

( L’ haiku (俳句) è un componimento poetico nato in Giappone composto da tre versi per complessive diciassette sillabe)

Fonti:

http://www.rossellamarangoni.it

http://tusciaintavola.tusciamedia.com

 

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*La buona notizia del venerdì: E’Halloween! puoi fare la torta con la zucca

E LA ZUCCA COSA C’ENTRA AD HALLOWEEN?

Con il termine zucca vengono identificati i frutti di diverse piante appartenenti alla famiglia delle Cucurbitaceae, in particolare alcune specie del genere Cucurbita (Cucurbita maxima, Cucurbita pepo e Cucurbita moschata) ma anche specie appartenenti ad altri generi come ad esempio la Lagenaria vulgaris o zucca ornamentale. La zucca è comunemente usata nella cucina di diverse culture: oltre alla polpa di zucca, se ne mangiano anche i semi, opportunamente salati. La zucca è un ortaggio che si presta a mille ricette: si consuma cucinata al forno, al vapore, nel risotto o nelle minestre, fritta nella pastella. Dai semi si ottiene un olio rossiccio usato in cosmesi e cucina tradizionale.
Ancora oggi alla vigilia di All Hallows, 31 ottobre, la gente continua a celebrare le feste di Samhain, capodanno celtico, e di Pomona , festa romana in onore della dea dei frutti e dei giardini.
Con la diffusione del cristianesimo non si sono dimenticate queste usanze.
Il 31 Ottobre è diventato  noto come All Hallow Even, infine All Hallow’s Eve, Hallowe’en, e poi -. Halloween The Halloween . Quindi ciò che si celebra oggi, contiene tutte queste influenze, Pomona Day, il Festival di Black Cats di Samhain, la magia, gli spiriti maligni, i fantasmi, gli scheletri e i teschi.
E la zucca cosa c’ entra?
I Celti che vivevano in quello che ora è la Gran Bretagna e la Francia settentrionale avevano una lanterna, quando camminavano alla vigilia del 31 ottobre.
Queste lanterne erano fatte in grandi rape scavate e con  le luci dentro: servivano a tenere lontani gli spiriti maligni.
I bambini scolpivano le rape che venivano chiamate “jack-o-lanterns.”
I Jack-o’-lantern venivano ricavati da grandi rape, barbabietole e cavoli rapa prima dell’introduzione della zucca dall’America.
Un Jack-o’-lantern (in italiano Giacomo del lanternino) è una zucca intagliata a mano.
Si scava la polpa interna, la zucca diventa una forma vuota e con vari tagli assume la sagoma di una testa . Tolta la calotta superiore, una luce, in genere una candela, viene inserita all’interno della zucca. Così dall’esterno è possibile vedere i tratti di un volto illuminato con i particolari degli occhi e della bocca che ride o sghignazza.
La leggenda narra che il “ jack-o-lantern“, prende il nome da un vecchio avaro, di nome Jack, che quando morì era troppo avaro per entrare in paradiso.
Jack scese all’inferno e incontrò il diavolo che gli diede un pezzo di carbone ardente e lo mandò via.
Jack mise il carbone ardente in una rapa e la usò come lanterna per illuminare il suo cammino.
La leggenda dice che Jack sta ancora camminando a piedi con la lanterna alla ricerca di un posto dove fermarsi.
Così è nata la credenza che i defunti vaghino per la terra con dei fuochi in mano e cerchino di portare via con sé i vivi (in realtà esistono i fuochi fatui, causati dalla materia in decomposizione sulle sponde delle paludi); è bene quindi che i vivi mostrino una faccia orripilante con un lume dentro per ingannare i morti.
Questa usanza fa riferimento anche alle streghe, che venivano bruciate sui roghi o impiccate; infatti, si pensava che queste vagassero nell’oscurità della notte per rivendicare la loro morte   ed approfittassero del maggior potere loro conferito durante la notte di Halloween.
Quando i primi coloni arrivarono in America scoprirono le grandi zucche tonde arancioni.
Esse erano molto più grandi delle rape e quindi, la rapa venne sostituita dalla grande zucca arancione per i festeggiamenti.
Da allora in tutto il mondo, si celebra Halloween con le grandi zucche arancioni

L’usanza è tipicamente statunitense ma probabilmente deriva da tradizioni importate da immigrati europei: l’uso di zucche o, più spesso in Europa, di fantocci rappresentanti streghe e di rape vuote illuminate, è documentato anche in alcune località del Piemonte, della Liguria, della Campania, del Friuli (dove si chiamano Crepis o Musons), dell’Emilia-Romagna, dell’alto Lazio e della Toscana, dove la zucca svuotata era nota nella cultura contadina con il nome di Zozzo.[2]
Anche in varie località della Sardegna la notte della Commemorazione dei Defunti si svolgono riti che hanno strette similitudini con la tipica festa di Halloween d’oltreoceano, nel paese di Pattada si intagliano le zucche, in altre località si svolge il rito de “Is Animeddas” (Le Streghe), de Su bene ‘e is animas, o de su mortu mortu, dove i bambini travestiti bussano alle porte chiedendo doni.
Questo rito in Molise viene chiamato “l’anim’ de le murt”.
L’uso delle zucche era ben presente anche nella cultura contadina della Toscana fino a pochi decenni fa, nel cosiddetto gioco dello zozzo.
Nel periodo compreso tra settembre e novembre si svuotava una zucca, le si intagliavano delle aperture a forma di occhi, naso e bocca; all’interno della zucca si metteva poi una candela accesa. La zucca veniva poi posta fuori casa, nell’orto, in giardino ma più spesso su un muretto, dopo il tramonto e per simulare un vestito le si applicavano degli stracci o addirittura un abito vero e proprio. In questo modo avrebbe avuto le sembianze di un mostro provocando un gran spavento nella vittima dello scherzo, in genere uno dei bambini, mandato fuori casa con la scusa di andare a prendere qualcosa.
Una pratica identica era presente nel Lazio del nord, in anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale, e da far risalire, tramite testimonianze indirette, quantomeno alla seconda metà dell’Ottocento. La zucca intagliata ed illuminata veniva a volte chiamata La Morte.
L’uso di intagliare le zucche e illuminarle con una candela si ritrova anche in Lombardia e in Liguria, ad esempio nella cultura tradizionale di Riomaggiore nelle Cinque Terre, così come in Emilia ed in generale in tutta la pianura padana, dove fino alla fine degli anni 50 si svuotavano le zucche o si usavano normali lanterne ed illuminate da candele, venivano poste nei borghi più bui ed anche vicino ai cimiteri e alle chiese.
A Parma tali luci prendono il nome di “lümera”.
E dato che la zucca è un gradevole alimento e può essere usata in cucina anche per i dolci, ecco una ricetta classica per la notte di Halloween ( e anche dopo per tutto l’inverno! )
TORTA DI ZUCCA – PUMPKIN PIE
2 tazze grandi di polpa di zucca ben cotta
1 ½  tazza di panna per dolci ( oppure meglio panna e latte)
¼  tazza di zucchero di canna
½ tazza di zucchero bianco  ( oppure a scelta più zucchero di canna che bianco)
1 cucchiaino di cannella – anche abbondante!
½ cucchiaino di zenzero
¼ cucchiaino di noce moscata
qualche chiodo di garofano
2 uova leggermente sbattute
Mischiare bene tutti gli ingredienti
Riempire con il composto una teglia foderata con pasta frolla per crostate
Mettere nel forno e cuocere 15 minuti a 220°-230°, quindi ridurre il calore a 180° e cuocere per 45 minuti circa.
Servire con panna montata o – meglio- con gelato fior di latte

Fonti:
http://www.alimentipedia.it/Curiosita/Halloween.html
http://www.flickr.com/groups/vintagehalloween/
Per saperne di più vedi l’articolo“Non solo Halloween”
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* La buona notizia del venerdì: Il Nobel 2020 per quattro donne! E se ne parla solo nei rispettivi ambiti! E nemmeno tanto!

Secondo il Global Media Monitoring Project del 2015 la percentuale di donne a cui viene data visibilità sui media tradizionali di tutto il mondo è del 24% rispetto agli uomini.

Perchè i traguardi femminili vengono o poco citati o raccontati come eccezioni?

E sono quasi sempre accompagnati da luoghi comuni e stereotipi sul ruolo delle donne?

Eppure sono passati tanti anni anni da quando Charles Darwin in una lettera inviata all’attivista Caroline Kennard, il padre dell’evoluzione affermava che le donne “sebbene generalmente superiori agli uomini in qualità morali, sono intellettualmente inferiori”.

Andrea Ghez, la quarta donna Nobel per la fisica dal 1903 !

 

«Spero di poter essere una fonte di ispirazione per altre giovani in questo campo di ricerca», ha detto oggi Andrea Ghez alla notizia di essere fra i vincitori del Nobel per la fisica 2020

«Sono entusiasta», ha detto ancora e «prendo molto sul serio la responsabilità di essere la quarta donna a ricevere questo riconoscimento».

La ricercatrice, che con il collega tedesco Reinhard Genzel ha dimostrato l’esistenza del buco nero supermassiccio Sagittarius A* al centro della Via Lattea, spera che molte giovani possano avvicinarsi all’astronomia: «è un campo – ha osservato – capace di offrire moltissime soddisfazioni e se si ha una passione per la scienza c’è davvero moltissimo da fare».

Andrea Ghez sognava di diventare astronauta, affascinata dallo spazio dopo aver seguito i primi sbarchi sulla luna verso questa carriera, ed è per questo che ha intrapreso gli studi scientifici.

Sua madre ha sempre sostenuto questa sua ambizione. Ha iniziato al College studiando matematica, per poi passare alla Fisica. Si è laureata presso il Massachusettes Institute of Technology nel 1987 e ha conseguito il suo dottorato di ricerca sotto la direzione di Gerry Neugebauer presso il California Institute of Technology nel 1992. Nel 2004 è stata accolta tra i membri dell’accademia nazionale delle scienze. L’impegno nella carriera non le ha impedito di costruire una famiglia. Andrea Ghez, infatti, è sposata con il geologo Tom LaTourrette, ricercatore presso la RAND Corporation ed ha due figli.

E’ anche un’appassionata nuotatrice: considera questa disciplina la sua evasione dalla scienza.

Emmanuelle Charpentier e Jennifer A. Doudna hanno vinto il premio Nobel per la chimica per lo “sviluppo di un metodo per la scrittura del genoma”, il sistema di editing CRISPR/Cas9.

Qui l’eccezionalità della notizia è doppia: sono due donne a vincere il Nobel e sono le uniche due donne a vincere da sole. In parole povere, non era mai successo che il Nobel venisse assegnato a solo due ricercatrici, c’era sempre un collega nella doppietta o tripletta.

Questo è un evento per la storia della scienza di massima importanza, pari all’assegnazione del premio a Marie Curie nel 1903. Perché con la vittoria di Charpentier e Doudna è un cambio di tendenza  che ostacola le donne da secoli.

Intervistate durante le rispettive conferenza stampa, Andrea Ghez e Emmanuelle Charpentier hanno riconosciuto il valore del premio non tanto da un punto di vista scientifico quanto per il ruolo d’ispiratrici che hanno nei confronti delle giovani ragazze che vogliono intraprendere una carriera scientifica. Siamo tutte e tutti consapevoli che le donne oggi fanno parte della scienza e che insieme a molti colleghi si stanno impegnando sempre più per ottenere il giusto riconoscimento del loro lavoro.

Premio Nobel per la letteratura 2020 alla poetessa  Louise Glück..

Di origine ungherese, nata a New York nel 1943, appartiene ad una tradizione americana che arriva fino a Sylvia Plath e alla cosiddetta ” poesia confessionale”

Autrice strutturata e forte, da tempo apprezzata in patria e all’estero, dal Premio Pulizer per la poesia (1993) al National Book Awaed (2014), alla nomina a poeta laureato degli Stati Uniti nel 2003.

È dunque una poetessa dura, tenace e poco conciliante Louise Glück.

Per avvicinarsi a questa poesia, si potrebbe cominciare proprio da L’iris selvatico, che uscita negli Stati Uniti nel 1992 costituisce la sua raccolta forse più apprezzata .e che più le fa meritare il titolo di erede di Emily Dickinson.

Si tratta di una sorta di sinfonia poetica che racconta di un periodo trascorso dalla scrittrice col figlio in una casa del Vermont, nel nord-est degli Stati Uniti, una casa corredata da un giardino.

Il periodo è tra la fine della primavera e la fine dell’estate: quello dunque del rigoglio della natura, degli alberi, delle erbe e dei fiori. E in molte di queste poesie sono proprio i giorni, alla lettera, a parlare di sé, a raccontare alla scrittrice e a noi le loro pene e le loro gioie, i loro sogni. E’ sempre e comunque il giardino il mondo creato il protagonista delle poesie. E questo mondo, che non è facile, va non solo amato ma curato, proprio come fa qui il poeta giardiniere della vita e delle parole, con la sua passione, la sua giustizia e appunto la sua cura.

Come accade nei versi che seguono :

«Nel giardino, nella pioviggine

la giovane coppia che pianta

un solco di piselli, come se

nessuno l’avesse mai fatto prima,

le grandi difficoltà non fossero mai state

affrontate e risolte».

L’assegnazione di questi Nobel 2020 fa sperare in un serio cambio di rotta da parte di un’istituzione importante come quella dei premi Nobel.

https://oggiscienza.it/2019/11/28/inferiori-scienza-penalizzato-donne/

https://www.corriere.it/cultura/louise-gluck-premio-nobel-letteratura/

Sebben che siamo donne

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* La buona notizia del venerdì. Nella natura l’arte ci coinvolge nonostante e la percezione della Bellezza è amplificata

A Roma installazioni di arte contemporanea esposte all’aperto nel verde in particolari zone di Villa Borghese: Parco dei Daini, Loggia dei Vini, area antistante Casina della Meridiana, Museo Carlo Bilotti, Museo Pietro Canonica.

Scegliere di andare a Villa Borghese per una passeggiata è come scegliere di andare ad un museo o una galleria d’arte.

C’è una predisposizione alla Bellezza a scoprire quanta bellezza offre la natura e ancora di più la sapiente organizzazione della natura stessa che sempre ci stupisce.

Back to Nature rappresenta una novità assoluta all’interno della programmazione culturale della città: si tratta del primo progetto coordinato con installazioni d’arte contemporanea nell’ambito di una strategia di valorizzazione dei parchi storici della Capitale.

Edoardo Tresoldi

Le opere dialogheranno grazie alla trasparenza, che permetterà di ammirarle in sintonia con la natura del parco e in perfetta convivenza tra loro.

Passeggiare nel parco permetterà ai visitatori di godere della corrispondenza tra il segno contemporaneo, le architetture del parco e le piante che lo abitano.
La manifestazione è concepita come un 
festival nel quale, intorno alle grandi installazioni artistiche nel verde, in dialogo armonioso con la natura, si svolgeranno performance musicali  e interventi di street artist, volti al coinvolgimento del pubblico.

accademia aracne

I visitatori della mostra potranno interagire con le immagini elaborate dagli artisti e diventare protagonisti del festival attraverso selfie e scatti fotografici.

Un progetto espositivo inedito che riflette sul futuro e sulla necessità di costruire un nuovo rapporto con la natura, in questo complicato periodo di cambiamenti climatici e di pandemia.

Davide Rivalta

In mostra, ad ingresso gratuito, una serie di installazioni pensate per essere esposte all’aperto e apprezzate da tutti coloro che frequenteranno il parco, appositamente progettate o reinventate per l’occasione da artisti di rilievo internazionale come AndrecoMario MerzMimmo PaladinoBenedetto PietromarchiDavide RivaltaGrazia ToderiEdoardo TresoldiNico Vascellari.

Spesso viviamo così concentrati sulla nostra routine che non solo non ci accorgiamo del balcone del vicino pieno di fiori e tantomeno della nostra città e del territorio che la ospita.

La Bellezza è un’abitudine di pensiero.

https://lauracarpi.com/2020/07/10/la-buona-notizia-del-venerdi-i-parchi-artistici-e-larte-nella-natura-e-con-gli-elementi-natura/

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* Cani e gatti e gatti non vanno d’accordo secondo una una credenza consolidata! Ma è vero?

Cani e gatti possono essere amici?

Contrariamente all’opinione comune, Cassius Marcellus Coolidge ha suggerito la sua risposta positiva quando ha creato una nuova e più veritiera versione  del suo dipinto più famoso della serie “Dogs Playing Poker”: “A Friend in Need”.
Vedete qui, in realtà, CANI E GATTI che giocano a poker.


Abbiamo gentilmente invitato il nostro fratellino David Bowie the Cat a sedere per l’artista con noi
Inoltre, siamo stati così gentili ad aiutare DB a passare l’asso al cucciolo di zenzero con la nostra nobile coda. Le zampe del piccolo erano troppo corte per l’azione!
Potresti notare questa lacuna nella versione comunemente nota del dipinto:


È la prova che la nostra versione è quella vera!
Inoltre, la moglie e la figlia di Coolidge non sono rimaste impressionate da Dogs Playing Poker dato che non c’erano gatti! La nostra vera versione è stata creata per accontentarle.
Per non parlare dell’ ampliamento della nozione di “amico bisognoso“:
Un amico si vede nel momento del bisogno! La differenza di specie non ha importanza per la vera amicizia!
Così parla Zarathustra il gatto

P.S. Potresti chiederti perché tu, Zarathustra, gatto così saggio e illuminato, hai deciso di migliorare un dipinto, che i critici d’arte considerano la quintessenza del kitsch?
Sapete, amici, “kitsch” è una parola creata dal sottile strato di esseri umani che fingono di essere molto alla moda, per umiliare l’arte popolare e aumentare il significato di cose non comprensibili per il vasto pubblico.     Ma con il passare dei secoli, potresti vedere che questa nozione è semplicemente umana, fin troppo umana: l’immagine più kitsch nella storia dell’arte, la coppia di cherubini, è stata dipinta dal genio Raffaello nel suo capolavoro Madonna Sistina!
Quindi, vedremo tra alcuni secoli in quale categoria i critici d’arte umani hi-brow metteranno “Cani che giocano a poker”!

Le cose iniziano già a cambiare: nel 2005, gli originali di “A Bold Bluff” e “Waterloo: Two” della serie sono stati venduti all’asta Dogs in Art di Doyle New York per $ 590 400
Potresti anche dire: “L’artwork è stato creato per la promozione dei sigari!”
Beh, è ​​stato commissionato da un produttore di sigari, ma, sai, i Borgia erano famosi mecenati d’arte e commissionavano molte opere d’arte, anche se erano un po’ più velenose dei sigari…

Fonte:

A friend in need

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* Arcangelo Michele: ognuno di noi ha il suo drago da affrontare !

Or in quel tempo sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo. Vi sarà un tempo di angoscia, come non c’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro. Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna. I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre. Ora tu, Daniele, chiudi queste parole e sigilla questo libro, fino al tempo della fine: allora molti lo scorreranno e la loro conoscenza sarà accresciuta”.(Libro di Daniele Cap.12)

Nelle tradizioni esoteriche come nelle religioni cristiana ed ebraica l’Arcangelo Michele (il cui nome vuole dire Mi-Kha-El:”chi è come Dio?”), fin dai tempi antichissimi, ha un ruolo particolare nella lotta che si combatte e si combatterà a livello individuale e collettivo, fino alla fine dei tempi, contro le forze del male.

L’azione dell’Arcangelo Michele appare straordinaria nei testi sacri come nelle interpretazioni moderne.

In questa epoca, infatti, un compito particolare e grandioso è svolto dall’Arcangelo Michele secondo Peter Deunov e Omraam Mikhael Aïvanhov, due maestri spirituali del cristianesimo esoterico.

Dirà Aïvanhov :

” Le forze presiedute dall’Arcangelo Michele sono forze di equilibrio, di giustizia, quindi di discernimento tra il buono e il cattivo in vista di liberare ciò che è bene e di trasformare ciò che è male.

Solo l’Arcangelo Michele è in grado di vincere questa egregora. Con l’aiuto del suo esercito, realizzerà ciò che da secoli le moltitudini implorano dal Creatore. Ecco perchè dobbiamo collegarci all’Arcangelo Michele, chiedergli la sua protezione e la possibilità di operare con lui per accrescere la sua vittoria. La luce trionferà sulle tenebre: è stato predetto e così sarà.

Perchè non partecipare a quell’evento? I figli di Dio che saranno iscritti nel numero di coloro che avranno partecipato al combattimento dell’Arcangelo Michele, il Genio del Sole, questa potenza di Dio tra le più luminose, riceveranno il bacio dell’Angelo del fuoco. Tale bacio non li brucerà ma li illuminerà (op.citate).

Anche Rudolf Steiner si sofferma sul nuovo ciclo spirituale, sulla nuova era micaelica, e cioè sulla missione di Michele affermando che in questo ciclo spetta a Michele mostrare concretamente all’uomo la via per raggiungere il Cristo:

“ Nell’immagine del “combattimento di Michele col drago” viveva una forte coscienza del fatto che l’uomo, in virtù delle proprie forze, deve dare all’anima una direzione di vita che la natura non le può dare. L’odierna disposizione dell’anima è portata a diffidare di una simile coscienza, temendo di venire, a causa sua, estraniata dalla natura. Essa vorrebbe godere della natura nella sua bellezza, nella sua vita pullulante e rigogliosa, e non farsi privare di questo godimento dalla rappresentazione di una “caduta della natura dallo spirito”.Vorrebbe anche nella conoscenza lasciar parlare la natura e non perdersi nel fantastico con l’accordare ad uno spirito, che si elevi al di sopra della natura, una voce nell’aspirazione alla verità.”

“I veri pensatori sono coloro che servono Michele che essi considerano come il reggitore del pensiero cosmico. Michele infatti libera i pensieri dal giogo del cervello e gli apre il mondo del cuore…In lui l’immagine del mondo diviene rivelazione piena di saggezza che svela l’intelletto del mondo quale divina azione universale. In questa azione universale, vive la sollecitudine del Cristo per l’umanità; mediante la rivelazione universale di Michele, tale sollecitudine può così rivelarsi al cuore degli uomini”.

” Il poter comunicare conoscenze spirituali sinora serbate nel mistero da varie comunità esoteriche si è reso possibile con l’avvento, quale Spirito del Tempo, dell’entità dell’arcangelo Michele, alla fine del 19° secolo, il quale per sua propria natura, porta verso l’uomo l’impulso al voler conoscere tali misteri. Lo Spirito vuole che l’uomo Lo riconosca in piena coscienza e libertà “

Doreen Virtue, psicoterapeuta, lavora in stretto contatto con il reame angelico attraverso la Angel Therapy. Chiaroveggente fin dalla nascita, insegna ai suoi pazienti a guarire la propria vita attraverso il contatto con gli angeli e il paradiso.

In questo messaggio ricevuto da Doreen Virtue, l’Arcangelo Michele invita a purificarci ed a trovare il nucleo divino che è in tutti noi. Le energie sono molto intense sul Pianeta in questo momento e le persone con una spiccata sensibilità che vogliono lavorare per la luce e l’amore devono ben prendersi cura di se stesse e dei propri corpi. Preghiera, meditazione e perdono sono di fondamentale importanza nel 2012, anno in cui l’umanità si troverà ad un bivio, ma non sarà la fine del mondo. Il messaggio di Doreen ci rassicura in questo.

Paola Giovetti, studiosa di tematiche esoteriche e spirituali, giornalista e scrittrice, redattrice della più antica rivista di parapsicologia, Luci ed ombre, ha compiuto una vasta ricerca da cui ha tratto il libro Le vie dell’arcangelo. Dalle ricchissime tradizioni relative all’ Arcangelo Michele appare chiaro il suo ruolo di vincitore del male, accompagnatore delle anime nell’ aldilà e di angelo terapeuta.

Anche i testi sacri dell’India contengono indicazioni significative sull’epoca nella quale viviamo denominata “Kali yuga” ovvero età del ferro, per evidenziare che in questa epoca l’umanità ha raggiunto un punto pericoloso di allontanamento dal Cielo, dalla spiritualità, dal proprio Sé superiore; secondo questi testi sacri dopo l’età del ferro, si sarebbe realizzata una nuova età dell’oro grazie all’intervento di un grande essere che dovrà discendere sulla terra aiutato da altri discepoli (Kalki avatar).

Ognuno di noi ha il suo drago da abbattere.

“Cosa c’è in me che non mi fa soddisfa, che non mi fa procedere nella direzione che vorrei dare alla mia esistenza?”

Male è ciò che limita la creazione del Bene  per me e per gli altri . Male sono gli ostacoli che con le mie convinzioni negative ho creato sul mio cammino verso la Luce.

La vittoria su noi stessi è il momento centrale del “ processo di individuazione” di cui parla Carl Gustav Yung.

E’ il momento di cambiare, di trovare la forza, il coraggio, la volontà e contribuire alla creazione di quel mondo nuovo che Michele auspica attraverso il simbolo del mappamondo, che vediamo in nelle sue immagini. Ricordiamoci che le azioni che noi poniamo in atto sulla terra siano in sintonia con il cielo.

Quando scopriamo il tesoro che dentro di noi, allora noi voleremo liberi lasciando il vecchio per continuare come uomini nuovi, come cocreatori della manifestazione, in sintonia con il cosmo e le sue leggi.

La festa di Michele è dunque la festa della nostra resurrezione interiore.

Prestami la tua spada
affinché io sia armato
per vincere in me il Drago.

Riempimi della tua forza
affinché io sgomini gli Spiriti
che vogliono paralizzarmi.

Agisci entro di me
perché splenda la luce del mio Io
così ch’io possa compiere gesta
degne di te, Michael!

 ( Rudolf Steiner)

Fonti :

http://angeliradianti.com

www.larchetipo.com

http://www.antiguatau.it

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* Siamo arrivati all’equinozio di autunno: pronti a piantare i semi della rinascita?

Equinozio d’autunno

Sono più miti le mattine
e più scure diventano le noci
e le bacche hanno un viso più rotondo.
La rosa non è più nella città.
L’acero indossa una sciarpa più gaia.
La campagna una gonna scarlatta,
Ed anch’io, per non essere antiquata,
mi metterò un gioiello.
(E. Dickinson)

 

Inizia l’autunno astronomico.

La parola “equinozio” deriva dal latino e significa ” notte uguale”, al giorno, naturalmente.
Nell’emisfero settentrionale l’equinozio d’autunno cade generalmente o il 22 o il 23 settembre, ossia il momento in cui il sole incrocia il piano dell’equatore terreste (perpendicolarmente), nel punto detto appunto degli equinozi. Il punto dell‘equinozio d’autunno è  anche chiamato punto della Bilancia (¦Ø), dato che il sole si trova in questo segno zodiacale in questo periodo e ci sta per un mese circa.   Agli equinozi il Sole sorge precisamente ad est e tramonta precisamente ad ovest, ovunque.
Questo avvenimento ha sempre rappresentato nell’antichità un momento speciale nel quale le forze di luce e tenebra sono in perfetto equilibrio.
Per molte culture l’Equinozio d’Autunno è un giorno di celebrazioni.
Alcuni antichi racconti  narrano  che nel giorno dell’equinozio d’autunno gli Dei per  creare il giorno e la notte abbiano “ fatto pace, e si siano messi d’accordo almeno per un giorno”.
Inoltre gli sciamani di un tempo sapevano che per la Terra era un momento di massimo equilibrio tra le 2 forze cosmiche (sole e luna) (yin e yang), quindi facevano rituali per “fotografare” la propria conoscenza acquisita fino a quel giorno e fissarla, per  poi rinascere con forza.
Nella tradizione iniziatica questo momento rappresenta un passaggio, un tempo per la meditazione, per rivolgersi all’interno, durante il quale la separazione tra ciò che è visibile e ciò che è invisibile si assottiglia sin quasi a scomparire.

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