* La buona notizia del venerdì: Le donne saudite sfidano lo stato per essere riconosciute come esseri umani senzienti

Vestite alla rovescia, la sfida delle donne saudite allo Stato


«Siamo donne che rifiutano tutti i costumi e le leggi che offuscano la nostra esistenza e la nostra identità», scrivono le attiviste che usano per la loro campagna proprio il camice nero che sono costrette ad indossare su imposizione dello Stato e degli uomini

Qualcuno parla di iniziativa sovversiva, altri di atto di liberazione.

Certo è che le donne saudite tornano ad alzare la voce e a reclamare diritti che molto spesso non sono negati, come si crede in Occidente, dalla religione islamica ma da tradizioni tribali fatte diventare leggi dalla dinastia Saud.

Con una originale forma di protesta le saudite da alcuni giorni postano su twitter (#insideoutabaya) foto dell’abaya indossato alla rovescia per affermare il loro rifiuto dell’abbigliamento imposto loro dallo stato.

Una protesta semplice ma che sta avendo una risonanza mondiale.

 

 

 

«Poiché le femministe saudite sono infinitamente creative, hanno escogitato nuove forme di protesta e su #insideoutabaya stanno postando immagini in cui indossano in pubblico l’abaya alla rovescia come obiezione silenziosa alla pressione per indossarlo», ha scritto @Ana3rabeya, l’attivista Nura Abdelkarim. @Sadax1, Athena, sottolinea nel suo tweet il metodo pacifico della protesta e aggiunge:

«Siamo donne che rifiutano tutti i costumi e le leggi che offuscano la nostra esistenza e la nostra identità».

Alla campagna si è unita anche Malak al Shehri, arrestata nel 2016 dopo aver postato una foto in cui appare con i capelli scoperti, senza velo.

Le donne in Arabia saudita – dominata sin dalla sua creazione dall’alleanza tra il rigidissimo clero wahhabita e la dinastia Saud – sono obbligate ad indossare in pubblico un abaya, un lungo camice nero che copre tutto il corpo eccetto la testa, i piedi e le mani. Per la testa si usa un altro indumento, il niqab, che la copre tutta eccetto gli occhi. Anche le donne straniere hanno l’obbligo dell’abaya in pubblico. Queste regole sono fatte osservare con pugno di ferro dalla muttawia, la polizia religiosa agli ordini del Comitato per l’imposizione della virtù e l’interdizione del vizio, impegnata anche ad impedire la «promiscuità» in tutti i luoghi pubblici.

Le donne saudite anche sui social non possono mostrarsi senza l’abaya.

Ne sa qualcosa la modella Khulood arrestata nel 2017 per essere apparsa in un video in shirt e minigonna mentre camminava in una fortezza storica nel villaggio di Ushaiqer. Ed è bene ricordare che a una donna saudita è anche vietato aprire un conto bancario, richiedere un passaporto e viaggiare all’estero senza il permesso di un uomo. Ogni donna deve avere un tutore di sesso maschile.

La campagna #insideoutabaya è anche una protesta contro il principe ereditario Mohammed bin Salman, da un mese e mezzo al centro dell’attenzione mondiale perché ritenuto coinvolto nell’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi.

L’erede al trono, che i media occidentali hanno frettolosamente dichiarato un “innovatore”, aveva annunciato a inizio anno l’alleggerimento delle norme sull’abbigliamento femminile, nel quadro di un processo di riforme volte a modernizzare il regno saudita.

«Le leggi sono molto chiare e stabilite dalla Sharia: che le donne indossino abiti decorosi e rispettosi, come gli uomini» aveva detto Bin Salman alla Cbs TV, «e la Sharia non specifica in particolare un abaya nero. Spetta alle donne decidere quale tipo di abbigliamento dignitoso e rispettoso indossare».

E subito dopo l’importante religioso Ahmed bin Qassim al-Ghamdi e lo sceicco Abdullah al Mutlaq del Consiglio degli studiosi anziani hanno affermato che la Sharia non impone l’abaya e neppure che sia solo di colore nero. «Oltre il 90 per cento delle pie donne musulmane nel mondo musulmano non indossano l’abaya, quindi non dovremmo costringere le persone a indossare gli abaya», ha spiegato al Mutlaq. Alle belle frasi del principe e dei due religiosi non sono però mai seguite decisioni ufficiali, nero su bianco, e la maggiore libertà per le donne saudite, almeno nell’abbigliamento, è rimasta una affermazione vuota e incompiuta.

E’ ormai nota l’ambiguità di Mohammed bin Salman, di fatto già a capo del regno da quando è stato nominato erede al trono dal padre, re Salman. A giugno, su suo impulso, è stato finalmente concesso alle donne di guidare l’auto, in accoglimento di una battaglia durata quasi trent’anni.

Ma il principe “modernizzatore” subito dopo ha fatto arrestare alcune fra le più note attiviste saudite dei diritti delle donne.

https://www.repubblica.it/esteri/2018/11/18/news/donne_saudite-211989865/?rss