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Sebben che siamo donne: Ursula Von Der Leyen ” Uniti nella diversità”

Io sono la presidente della Commissione europea e questo era il modo in cui mi aspettavo di essere trattata quando sono andata in visita in Turchia due settimane fa come un presidente di commissione ma non è stato così.

Non riesco a trovare nessuna giustificazione per il modo in cui sono stata trattata. Nei trattati europei.

Quindi devo arrivare alla conclusione che sia successo perchè sono una donna

Questo sarebbe successo se avessi indossato una giacca e una cravatta?

Tra le immagini degli incontri passati non ho visto nessuna mancanza di sedie ma, di nuovo ,non ho neppure visto donne in queste immagini.

Onorevoli deputati, molti di voi avranno visto esperienze molto simili in passato soprattutto le donne che fanno parte di quest’aula.

Sono sicura che sappiate perfettamente come mi sono sentita: mo sono sentita ferita e sola, in quanto donna e in quanto europea.

Perchè non si tratta di sedie e protocolli, questo tocca nel profondo chi siamo, questo tocca i valori che la nostra Unione difende e dimostra quanta strada abbiamo ancora da fare sempre e ovunque.

Oviamente so di essere in una posizione privilegiata , sono la presidente di una istituzione che viene ampiamente rispettata in tutto il mondo e, ancora più importante, essendo una leader, io possso alzare la voce e farmi sentire.

Ma che ne è dei milioni di donne che non possono?

Donne che vengono ferite ogni giorno in ogni angolo del nostro pianeta ma che non hanno né il potere né la carica per parlare.

Sappiamo tutti che migliaia di incidenti simili, la maggior parte dei quali di gran lunga più gravi, passano inosservati, nessuno li vedrà mai né ne sentirà parlare, perchè non cè nessuna telecamera perchè non cè nessuno che presta attenzione.

Dobbiamo assicurarci che anche queste storie vengano raccontate e che, una volta raccontate, si faccia qualcosa a riguardo.

Porteremo avanti una legislazione per prevenire e combattere la violenza contro le donne e i bambini, offline e online.

E secondo punto proporremo un ampliamento nella lista dei crimini n Europa, stabiliti dal trattato, in modo da includere tutte le forme dei crimini di odio perchè l’Europa deve mandare un segnale forte.

Che i crimini di odio non sono acettabili, perchè dobbiamo assicurarci che donne e ragazze siano adeguatamente protette ovunque in Europa.

Perchè ciò che la vicepresidente degli stati uniti Kamala Harris ha detto recentemente alle Nazioni Unite è vero “ La condizione delle donne corrisponde alla condizione della democrazia”

E a volte mi meraviglia anche solo dovere parlare di una cosa così evidente nel 2021, che dobbiamo ancora sottolineare che in tutta Europa le persone devono avere gli stessi pari diritti e opportunità, indipendentenemte da chi amano, da dove vengono, indipendentemente dalla loro età e dalla loro fede.

Perchè questa è lUnione in cui credo una Unione che è all’altezza del suo motto

“Uniti nella diversità”

Grazie!

Io non mi sono meravigliata di sentire parlare di una cosa così evidente nel 2021,ma di sentire simili parole finalmente da molte donne che ora occupano finalmente posti di potere.

Come la citata Kamala Harris.

Come Michelle Obama.

Come Kaja Kallas.

Come Bidhya Devi Bhandari in Nepal

Come Jacinda Arden in Nuova Zelanda

Come Aung San Suu Kyi, premio nobel per la pace

E molte altre! Nel mondo sono solo poco più di 60 gli stati ad avere una donna come premier...

Diamoci da fare, pur ricordando che solo nel rispetto reciproco di ogni essere umano avanza una civiltà degna di questo nome!

Se volete continuare a leggere il resto del discorso……

Le nostre democrazie sono più forti quando le donne sono coinvolte alla pari. Non perché le donne stiano meglio. Ma perché siamo diversi. Abbiamo una visione diversa del mondo e vediamo altri rischi e opportunità. Per vedere il mondo in pieno abbiamo bisogno di donne e uomini. Questo è l’unico modo in cui saremo in grado di prendere le decisioni giuste. Ed è l’unico modo in cui saremo in grado di ottenere il massimo successo.

…….

In questo caso, l’UE dovrebbe dare l’esempio. E lo stiamo facendo. Per la prima volta nella storia della Commissione uomini e donne sono rappresentati in numero uguale nel Collegio dei Commissari della Commissione europea. Voglio ripetere questo successo a tutti i livelli di gestione della Commissione. Non ci siamo ancora. Ciononostante: le donne attualmente occupano più del 40% dei posti più alti della Commissione.

Invito le altre istituzioni dell’Unione europea a seguire il nostro esempio. Non solo la Commissione, ma anche il Consiglio, l’amministrazione del Parlamento e altri organi dell’UE hanno ancora molta strada da fare. La Commissione quindi convocherà presto una riunione con le altre Istituzioni per discutere su come tutti noi possiamo fare meglio. La metà della popolazione europea è costituita da donne. E questo deve riflettersi nelle istituzioni nel cuore dell’Europa.

Onorevoli deputati,

Al Consiglio europeo di marzo i capi di Stato e di governo hanno chiarito che il rispetto dei diritti delle donne è un presupposto importante per noi per impegnarci nuovamente con la Turchia e per ampliare la nostra agenda comune. Ma è ben lungi dall’essere l’unica precondizione.

Ad Ankara, ho insistito sul punto che la Turchia deve continuare nel suo percorso di allentamento nel Mediterraneo orientale. Deve accettare le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo. Queste sono le nostre condizioni per intensificare la nostra cooperazione economica con la Turchia e per avviare un dialogo ad alto livello su temi come il cambiamento climatico, la salute pubblica e le questioni regionali.

Ciò renderebbe anche molto più facile fornire denaro fresco per aiutare gli sforzi della Turchia nell’accogliere più di quattro milioni di rifugiati dalla Siria. Sforzi che applaudiamo.

Onorevoli deputati,

Quando parliamo di rispetto e dignità non dobbiamo parlare solo di uomini e donne. Questa domanda è più grande del genere. Non possiamo permettere che le zone “libere da LGBT” si diffondano nei nostri Stati membri.

Non possiamo permettere che i Rom siano discriminati in Europa. E non possiamo assolutamente permettere che la brutta faccia dell’antisemitismo e del razzismo si manifesti in nessun angolo della nostra Unione. L’Europa è molto meglio di così!

A volte mi stupisco che dovremo parlare di cose così evidenti nel 2021. Che dobbiamo ancora sottolineare il fatto che in tutta Europa le persone devono avere uguali diritti e pari opportunità: indipendentemente da chi amano, da dove vengono. Indipendentemente da quanti anni hanno o dalla fede che detengono.

Perché questa è l’Unione in cui credo. Un’Unione che mantiene il suo motto: uniti nella diversità.

Per me, queste tre parole hanno sempre espresso una solenne promessa. A casa nostra e all’estero. Oggi e in futuro.

Ursula Von Der Leyen

Sebben che siamo donne” è il titolo di uno dei tanti canti delle donne mondine che rivendicavano il loro salario come al solito minore di quello degli uomini.
Con questo titolo pubblicherò articoli che parlano di donne che non hanno ricevuto i dovuti riconoscimenti e per il loro ingegno e per il lavoro fatto. Solo per il fatto di essere donne. O temporaneamente dimenticate.

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Sebben che siamo donne: Nachthexen, le streghe della notte

Questa è una storia vera, anche se difficilmente ne troverete traccia sui libri di Storia adottati nelle scuole occidentali.

Anno 1941, l’avanzata delle truppe tedesche in Russia sembra inarrestabile.

Marina Raskova, pioniera dell’aviazione e membro del Soviet supremo, dopo ripetute e insistenti richieste ottiene da Stalin il permesso di formare un reggimento di aviatrici. In breve seleziona centinaia di donne tra piloti, meccanici e personale logistico, tutte fra i 20 e i 30 anni, tutte volontarie e quasi tutte studentesse; molte sono lì per vendicare i familiari uccisi dai nazisti. L’addestramento è breve ma molto duro: 14 ore al giorno.

Nascono così tre reggimenti di aviazione femminile: il 586 IAP da caccia, il 587 BAP da bombardamento diurno e infine il 588 NBAP, che diventeranno le “Streghe della Notte”.

Lo stato maggiore non sembra contare molto sulle squadriglie rosa, e le affida antiquati biplani Polikarpov Po-2 in legno e tela che prima della guerra venivano utilizzati per irrorare i campi. Manovrabili ma lentissimi, a bordo non hanno radio, radar, strumenti di puntamento né paracadute, e sono armati con due bombe a caduta per un peso massimo di 100 chili: si naviga al gelo, grazie a bussola, mappa e cronometro. Eppure in breve queste donne – che volano solo di notte, colpiscono all’improvviso e sfuggono ai ben più veloci aerei della Luftwaffe – diventano l’incubo dei nazisti. Sono loro, terrorizzati, a darle il soprannome: Nachthexen, Streghe della notte.

In tutto sono 40 equipaggi, ognuno con due componenti. Ogni notte compiono almeno 10 voli a corto raggio (l’autonomia è limitata), arrivate nei pressi dell’obiettivo spengono i motori dei loro aerei e planano silenziose. Cambiano tattica di continuo: volano a pochi metri dal suolo, oppure arrivano da alta quota scendendo poi in picchiata col motore al minimo per non farsi sentire; spesso in formazione di tre, due fanno da esca per i proiettori da ricerca, la terza piomba sul bersaglio nell’oscurità.

Dal 1942 al 1945 le aviatrici eseguono oltre 23.000 missioni e sganciano 3000 tonnellate di bombe, alcune effettuano più di 1000 raid; 31 di loro (fra cui Marina Raskova) muoiono in combattimento.

Alla fine della guerra il 588º reggimento è l’unità più decorata dell’Aviazione Sovietica, e le Streghe della notte diventano una leggenda.

Irina Rakobolskaja, una delle sopravvissute, raccontava qualche anno fa: “Io e la mia navigatrice Ilenina ci giurammo che a fine guerra ci saremmo incontrate ogni anno il 2 maggio a mezzogiorno al giardino di fronte al Teatro Bolshoi.

Così è stato, e a noi due una alla volta si sono unite tutte le altre”. Così, se a mezzogiorno del 2 maggio capitate davanti al Bolshoi, ci troverete un gruppo di persone di tutte le età: sono i figli e i nipoti delle Streghe della notte.

https://florenceartedizioni.com/…/376-storie...

Sebben che siamo donne” è il titolo di uno dei tanti canti delle donne mondine che rivendicavano il loro salario come al solito minore di quello degli uomini.
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Sebben che siamo donne: L’effetto Matilda

Nel 1993, la storica della scienza Margaret W. Rossiter inventò un’espressione per descrivere «la natura sessista» del mancato riconoscimento delle donne nella ricerca scientifica e l’attribuzione sistematica del merito dei loro risultati ai colleghi uomini.

Margaret W.Rossiter chiamò questo specifico pregiudizio di genere “effetto Matilda”, dal nome di Matilda Joslyn Gage, femminista del Diciannovesimo secolo che nel 1870 pubblicò il saggio “Woman As Inventor” in cui raccontava come diverse scoperte scientifiche ed invenzioni fossero il risultato del lavoro di donne rimaste nell’anonimato.

Nel corso dei secoli, il cosiddetto “effetto Matilda” ha avuto come conseguenza la cancellazione delle scienziate dalla storia: questa “invisibilità” ha fatto passare l’idea ancora oggi molto radicata che la scienza sia una cosa da uomini

Matilda Joslyn Gage nacque nel 1826 nello stato di New York, Stati Uniti. Fu suffragetta, attivista abolizionista, fondò un giornale femminista, fu molto critica verso la Chiesa cristiana e scrisse numerosi libri e articoli sulle questioni di genere.

Nel 1852, quando aveva 26 anni, pronunciò un discorso alla Convenzione nazionale sui diritti delle donne a Syracuse, New York. Sebbene fosse un’attivista solo da poco tempo, non abituata a parlare in pubblico, si presentò con un messaggio chiaro: la storia era stata distorta ed era essenziale per la causa dei diritti delle donne rimettere a posto le cose.

Nel 1870 Matilda pubblicò un saggio intitolato Woman as inventor in cui contestava un pensiero molto comune, e cioè che le donne non avessero «alcun genio inventivo o meccanico». Matilda diceva che nonostante l’educazione scientifica delle donne fosse stata «gravemente trascurata» (per millenni le donne non hanno avuto accesso all’istruzione), alcune delle invenzioni «più importanti al mondo» si dovevano a loro.

Jeanne Villepreux-Power

Matilda elencava dozzine di invenzioni: tra cui l’acquario, della biologa marina francese Jeanne Villepreux-Power, il telescopio subacqueo, della statunitense Sarah Mather, e la sgranatrice di cotone che serviva per separare le fibre della pianta di cotone dal resto, il cui merito dell’invenzione viene ancora oggi attribuito solamente allo statunitense Eli Whitney, nonostante l’idea di utilizzare un dispositivo simile a una spazzola fu di Catharine Littlefield Greene.

Catharine Littlefield Greene.

Per molte donne, rivendicare il merito delle proprie invenzioni era un esercizio inutile, diceva Matilda, a causa di un generale pregiudizio, di una società che favoriva il marito in materia di proprietà dei brevetti, della limitata mobilità sociale e della mancata indipendenza economica che impediva alle donne di raccogliere i risultati e i meriti del loro lavoro, o di esercitare i loro poteri inventivi.


Tra gli anni Ottanta e Novanta, la storica della scienza statunitense Margaret W.Rossiter si dedicò alla ricostruzione storiografica della scarsa partecipazione delle donne alla scienza come professione. Nel 1993 Margaret W.Rossiter nominò la sistematica esclusione delle donne dalla carriera scientifica “effetto Matilda”.

L’“effetto Matilda”, come spiegava Margaret W.Rossiter, è il pregiudizio contro il riconoscimento dei contributi delle donne alla ricerca scientifica: indica non solo la tendenza a sottovalutare o a sminuire i risultati scientifici conseguiti dalle donne, ma anche l’attribuzione dei risultati delle loro scoperte a un collega uomo. La conseguenza è stata che le donne di scienza che già ai loro tempi non erano riconosciute sono rimaste tali, e che anche molte di quelle che «erano ben note furono cancellate dalla storia».

Attraverso biografie e dati, Margaret W.Rossiter analizzò gli svantaggi che nella scienza le donne continuavano a subire: utilizzò ad esempio il concetto di “segregazione gerarchica”, l’assenza cioè di donne in ruoli di potere e responsabilità; e individuò un comportamento costante nel sistema di valutazione e di riconoscimento dei risultati e dei lavori scritti dalle scienziate: le citazioni, in campo scientifico, sono un indice di riconoscimento e il numero di citazioni ricevute da lavori realizzati da scienziate era minore rispetto a quello di analoghi lavori realizzati da colleghi uomini.

Che il sesso influisca sulla diffusione del lavoro di ricerca è stato dimostrato anche da analisi successive.

Silvia Knobloch-Westerwick e Carroll J. Glynn, ad esempio, presero in esame le citazioni di 1020 articoli pubblicati tra il 1991 e il 2005, mostrando che l’ipotesi secondo cui gli articoli scritti da uomini ricevono in media il doppio delle citazioni di quelli scritti da donne era verificata.

Margaret W.Rossiter elencava decine e decine di esempi dell’effetto Matilda.

Il più antico è forse quello di Trotula de Ruggiero, medica salernitana che, tra l’Undicesimo e il Dodicesimo secolo, scrisse opere che nelle trascrizioni successive alla sua morte vennero attribuite a un uomo: «È probabilmente la più vergognosa cancellazione o trasformazione nella storia della scienza e della medicina», scriveva Rossiter. «Nel Dodicesimo secolo un monaco, supponendo che una persona così esperta dovesse essere un uomo, copiò male il suo nome su uno dei suoi trattati, declinandolo al maschile».

La tendenza a sottovalutare o a sminuire i risultati scientifici conseguiti dalle donne ha avuto importanti conseguenze non solo per le scienziate cancellate dalla storia, ma anche nella percezione stessa della scienza come settore maschile e sulla possibilità per le donne di intraprendere carriere in scienza, tecnologia, ingegneria e matematica (le cosiddette STEM).

I pregiudizi che stanno alla base di questa credenza sono ancora molto diffusi.

Nel 2015 Lawrence Summers, importante economista e all’epoca presidente della Harvard University, sostenne «che la scarsa presenza femminile in certi ambiti scientifici, come la matematica o l’ingegneria» era da imputare «a una caratteristica innata delle donne, la mancanza di una attitudine intrinseca alla scienza».

Ancora oggi ci sono insomma scienziati e intellettuali che pensano e dichiarano pubblicamente «che la difficoltà che le donne hanno a emergere in certe discipline, come la matematica, sia dovuta al fatto che non sono biologicamente portate per l’astrazione».

Sebben che siamo donne” è il titolo di uno dei tanti canti delle donne mondine che rivendicavano il loro salario come al solito minore di quello degli uomini.
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Sebben che siamo donne: Cleopatra ben oltre la leggenda

Celebrata dall’arte e dal cinema, chiacchierata dai benpensanti per 2000 anni, Cleopatra era molto diversa da come la Storia ce l’ha dipinta.



Non era egizia. Ma macedone, come tutta la sua famiglia. Discendeva infatti da uno dei diadochi, i generali di Alessandro Magno che alla morte del condottiero si erano spartiti il suo regno. Era nata nel 69 a.C. da una concubina del faraone Tolomeo XII, e apparteneva quindi alla dinastia dei Tolomei.

Da piccola Cleopatra studiò nella Biblioteca e nel Museo di Alessandria e sappiamo che il suo tutore fu Filostrato, che la iniziò alla Filosofia, e alla retorica e all’oratoria; la sua educazione fu molto vasta e coprì anche i campi della medicina,della fisica e della farmacologia.

Sappiamo inoltre che Cleopatra, da regina, era in grado di parlare, nonché probabilmente leggere e scrivere, nelle lingue di «Etiopi,Trogloditi,Ebrei,Arabi,Siri,Medi,Parti. e molti altri», come ci dice Plutarco. Tra questi altri idiomi c’erano sicuramente il greco antico,l’egizio, ed il latino e probabilmente altre lingue nord-africane.

Cleopatra era una persona molto curiosa e colta: cresciuta a tragedie e commedie greche, conosceva le basi dell’astronomia e della geometria. Era abilissima nella retorica.

Aveva voluto studiare alla perfezione l’Egizio, in controtendenza rispetto alla sua famiglia. Così poté presentarsi ai sudditi come rappresentazione in terra della dea Iside.

Fu l’ultima sovrana dell’età ellenistica e forse l’unica della famiglia dotata di vere capacità politiche, tanto che salì al potere a 18 anni e vi rimase per circa un ventennio.

Plutarco, lo storico greco che ne traccia il ritratto più fedele, non ne descrive tanto la bellezza, quanto l’intelligenza e la simpatia.
Dal padre aveva preso il naso aquilino, e anche l’acconciatura con cui viene ritratta nelle monete non era bellissima.
Inoltre era solita vestire da uomo, in segno di potere (nella tradizione delle donne faraone).

Agli occhi dei poeti Cleopatra appare bellissima.

Racconta Lucio Apuleio che indossi solitamente una conturbante tunica di lino, simile a quelle delle sacerdotesse egizie; aveva anche vesti elaborate, nei colori tradizionali di Roma, il rosso e il giallo, ma molto discinte rispetto alle vesti romane.

Alla Corte risiedono anche mimi e attori, tra i quali Publilio Siro, e lo scultore greco, Arcesilao, che fuse in auricalco una statua della regina nelle vesti di Iside.

Cleopatra, che si annoia a sentire Sallustio declamare il Bellum Iughurtinum, si diverte molto quando Orazio racconta le avventure amorose delle sue eroine.

Sembra che Cleopatra stessa si sia cimentata nella composizione di un’opera letteraria, andata perduta, sulla cosmesi femminile simile ai Medicamina faciei di Ovidio.

Cleopatra, oltre che Regina, rappresentava il fiore dell’Egitto che era anche il fiore della conoscenza che lei regalò, col Sole e le stelle, assieme a se stessa, a Cesare.

I romani a quei tempi, rispetto all’Egitto, erano culturalmente dei barbari primitivi.

Essi misuravano il tempo e gli anni con la Luna anzichè con il Sole, usando le famose calende, gli idi e le none a cui si riferivano per definire i giorni. L’anno lunare è altamente impreciso e si sfasava continuamente dalle stagioni che sono determinate dal Sole e non dalla Luna, per cui gli anni romani erano una continua altalena nell’aggiungere o togliere mesi interi per cercare di stare al passo con le stagioni.

Giulio Cesare capì al volo l’importanza del riferirsi al Sole nella misura del tempo ed appena rientrò a Roma avviò la riforma del Calendario che da lui prese il nome di Calendario Giuliano ma che era in realtà un calendario egiziano donato da Cleopatra la quale, per assistere Cesare in questa riforma universale e storica, incaricò l’astronomo Sosigene di seguirne e controllarne tutte le fasi.

Non si sa se fu lui stesso, Cesare, o Sosigene, o Cleopatra, a decidere, durante questa operazione della riforma, che il mese di “Quintilis” fosse denominato “Iulius” o “Luglio” in suo onore.

Giulio Cesare ebbe appena il tempo di varare la riforma che fu assassinato.

Cleopatra, in quei momenti tragici e drammatici, era a Roma, partì di soppiatto e si imbarcò immediatamente per l’Egitto sulla sua nave portandosi dietro Sosigene.

Con la sua nave e Sosigene partì anche la conoscenza della messa a punto finale del calendario e cioè dei circa 11 minuti annuali che conducono alla saltuaria soppressione dell’anno bisestile che dovette attendere quindi circa 1600 anni per essere ripristinato.

Non si uccise per amore.

Ma preferì morire da regina invece di finire in catene davanti al popolo romano, nel trionfo del nemico Ottaviano.

Il suo suicidio fu un gesto di orgoglio, l’ultimo sussulto di libertà dopo aver provato, secondo alcune fonti, a sedurre anche Ottaviano, quando questi entrò ad Alessandria.


.Non fu un aspide a ucciderla

Anche le circostanze del suicidio di Cleopatra appaiono romanzate. Difficilmente la regina si uccise facendosi morsicare al seno da un aspide, portato in una cesta di fichi. Il vero aspide (Vipera aspis) infatti non è presente in Nord Africa. L’altro serpente plausibile, il cobra d’Egitto sacro ai faraoni (Naja haje) era troppo grande per stare in una cesta.

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Fonti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Cleopatra

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* Sebben che siamo donne: Le pionere delle stelle e dell’informatica erano suore

Nel primo decennio del Novecento, quattro suore sono state sicuramente le prime a scoprire e catalogare più di quattrocentomila stelle.

Emilia Ponzoni, Regina Colombo, Concetta Finardi e Luigia Panceri, sono le suore dell’Istituto “Maria Bambina” di Roma che hanno contribuito alla compilazione della “Carte du Ciel”, il primo grande Catalogo stellare la cui compilazione è iniziata a fine Ottocento, quando lo sviluppo della fotografia ha permesso di fotografare il cielo.

Le immagini erano opera degli astronomi esperti di tutto il mondo che si erano riuniti più volte a Parigi proprio per catalogare le stelle,ma i calcoli minuziosi per trovare le coordinate della posizione delle stelle vennero affidati a équipes di solo donne, sparse in 18 osservatori.

Il lavoro richiedeva pazienza e precisione e le donne erano ritenute più adatte “per natura” e perché potevano essere sottopagate.

Il loro coinvolgimento fu casuale, dato che il gesuita John Hagen scelse le suore di quel convento solo perché era il più vicino al telescopio e quindi le donne avrebbero potuto recarsi all’osservatorio più velocemente. Una volta che alle suore fu spiegato come fare, diventarono da subito molto brave»tanto che vennero soprannominate “le donne calcolatrici” per la loro capacità di calcolare le coordinate e le formule da riportare sui fogli»

La Specola Vaticana partecipò al progetto con le quattro giovani suore che catalogarono da sole e a mano più di 400 mila stelle. Un lavoro che durò dal 1910 al 1922.

Il progetto internazionale per la mappatura dello spazio cominciato a fine Ottocento andò avanti fino al 1966 permettendo di catalogare quasi 5 milioni di stelle.

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La prima donna a conseguire un PhD in informatica e la prima persona in assoluto a conseguirlo negli Stati Uniti (insieme ad un’altra, che aveva conseguito il dottorato lo stesso giorno in un’altra università) è stata una suora: suor Mary Kenneth Keller  (1914-1985).

Suor Mary Kenneth Keller fu una vera e propria pioniera dell’informatica: infatti convinta dell’importanza del computer nell’insegnamento si impegnò a lungo per rendere questa tecnologia sempre più semplice da usare.

Suor Mary Kenneth Keller collaborò, mentre si trovava presso il Dartmouth College, all’elaborazione di BASIC, un linguaggio di programmazione molto più facile da imparare rispetto a quelli fino ad allora disponibili, che rendeva l’uso del computer accessibile a una fascia molto più ampia di popolazione.

Qualche anno dopo, nel 1965, ottenne il suo dottorato in informatica presso l’Università del Wisconsin.

Suor Mary Kenneth Keller, nacque nel 1914 e nel 1932, all’età di 18 anni entrò nell’ordine delle Sorelle della Carità. Successivamente, presso la DePaul University conseguì un bachelor of science e un master of science in Matematica e Fisica. La collaborazione con il Dartmouth cominciò negli anni ‘60, anni in cui studiò anche all’Università del Wisconsin alla Purdue e a quella del Michigan.

La suora americana successivamente fondò e diresse per 20 anni il Clarke College in Iowa. La sua idea era che il computer fosse sempre più accessibile e facile da usare, date le sue potenzialità. La sua ricerca non si limitò esclusivamente a questo ma si concentrò anche nel campo dell’intelligenza artificiale

Per la prima volta, ora possiamo simulare meccanicamente il processo cognitivo. Possiamo fare studi sull’intelligenza artificiale. Oltre a ciò, questo meccanismo [il computer] può essere usato per assistere gli esseri umani nell’apprendimento. Dato che con il passare del tempo avremo più studenti maturi in numero sempre maggiore, questo tipo di insegnamento sarà probabilmente sempre più importante“.

Così scriveva Giovanni Keplero:”E’ bene dunque che la donna faccia altre cose e non si impegni nello studio della scienza e della matematica, che le sono innaturali”.

Nicola Pende, uno scienziato che sostenne le leggi razziali fasciste, scriveva che alle donne si dovevano proibire gli studi scientifici: “Sappiamo che il cervello femminile non è per natura sufficientemente preparato per le carriere delle scienze, della matematica, della filosofia, della storia, dell’ingegneria, dell’architettura”.

Per approfondire: “Scienziate nel tempo. Più di 100 biografie”, pag. 250, Ledizioni, Milano 2020

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* Sebben che siamo donne: Sylvia Beach e la libreria più bella del mondo

 

 

Una delle librerie più belle al mondo è sicuramente la Shakespeare and Company di Parigi. Essa prende il nome da quella libreria che l’americana Sylvia Beach aprì sulla Rive Gauche parigina nel 1919 e che segnò la vita culturale della Parigi di quegli anni.

Terza figlia di Sylvester Woodbridge Beach, reverendo presbiteriano, e di Eleanor Thomazine Orbison, Sylvia passa i primi anni della sua vita tra il Maryland e il New Jersey, trasferendosi poi con la famiglia in Europa e viaggiando spesso, grazie al lavoro del padre.

Arrivata a Parigi nel 1916 con l’intento di studiare letteratura francese, Sylvia vi conosce la libraia Adrienne Monnier, che diventa ben presto la sua inseparabile compagna, tanto nella vita quanto negli affari. Nel “negozietto grigio” della Monnier, Sylvia incontra molti di quegli intellettuali che graviteranno poi intorno alla Shakespeare and Company; eminenti personalità degli anni a cavallo del secolo, da Ezra Pound ad André Gide fino a Ernest Hemingway.

Se il grande sogno dell’americana trapiantata in Francia era quello di tornare a New York, per aprire una libreria aperta ai grandi autori della letteratura francese contemporanea, gli affitti troppo cari della Grande Mela costituiscono uno scoglio insormontabile. È così che il progetto subisce una radicale quanto fortunata trasformazione: Sylvia decide di aprire una libreria americana nel cuore di Parigi.

Rue Dupuytren 8: questo è il primo indirizzo della Shakespeare and Company, aperta il 19 novembre 1919. Fuori dalla libreria troneggia una splendida insegna raffigurante il drammaturgo inglese che, secondo Beach, “guardava con occhio benevolo all’impresa”. La censura contro la libertà d’espressione che in quegli anni regna in America farà la fortuna della libreria e della sua biblioteca itinerante: la fornitissima Shakespeare and Company attira infatti tutti quei pellegrini che, attraversato l’oceano per stabilirsi a Parigi, contribuiscono a creare un’autentica colonia americana sulla Rive Gauche.

Tra i clienti di Shakespeare and Company si segnalano da subito nomi quali Man Ray, le cui fotografie fanno bella mostra di sé sulle pareti della libreria; Francis Scott Fitzgerald, disegnatore di una vignetta, realizzata sulla copia di Sylvia del Grande Gatsby, che lo ritrae seduto a un tavolo con le due libraie e Joyce, e Gertrude Stein, che scrive, come gesto di amicizia, una poesia dedicata a Sylvia, e al suo negozio, dal titolo Rich and Poor in English.

Ma uno fra tutti è il nome a cui è legata la fama della libreria e della sua proprietaria: James Joyce. Beach conosce lo scrittore irlandese a una festa, nell’estate del 1920; un incontro segnato dal timore reverenziale che Sylvia prova per l’autore, che in quegli anni era concentrato sulla stesura dell’Ulysses. Durante una discussione riguardo al futuro del libro, Beach si propone come editore. Benché senza esperienza, la libraia ha un progetto grandioso per l’opera: una tiratura di mille copie pronte per l’autunno del 1921, stampata in tre formati e supporti diversi.

A questo grandioso progetto che assorbe, insieme all’attività della libreria, le giornate di Sylvia, si sovrappone il trasloco della Shakespeare and Company al numero 12 di Rue de l’Odéon. È quindi con un certo di ritardo e molti sacrifici, soprattutto economici, che la Shakespeare and Company pubblica come editrice il suo primo libro: il 2 febbraio 1922 Sylvia consegna a Joyce la prima copia dell’Ulysses. Nonostante le rigide censure imposte oltre oceano e grazie all’aiuto di Hemingway, il romanzo sbarca anche in America – nascosto nei pantaloni del grande scrittore.

Nuove fatiche editoriali, sempre concentrate sui lavori di Joyce col quale s’è ormai stabilito un forte sodalizio; difficili scelte nel campo delle pubblicazioni, nate dal fraintendimento sorto con la grande censura che aveva colpito l’Ulisse; lotte serrate contro le edizioni pirata del capolavoro: è in questo clima che, per Sylvia e la libreria ma soprattutto per il mondo, iniziano gli anni più bui del XX secolo.

La generazione perduta della Rive Gauche è diventata il punto di riferimento del suo tempo: molti intellettuali calcano le scene da protagonisti e alcuni tornano in America, paese d’origine di molti degli affezionati della Shakespeare and Company. La lontananza dei più cari amici unita alla Grande Depressione prima, e all’occupazione nazista poi, porta la libreria della Beach a dover lottare per sopravvivere. Più volte Sylvia riceve visite di ufficiali tedeschi interessati alla sua attività: deve fronteggiare le loro pressioni, e raggira la loro minaccia di prendersi la libreria traslocandola in gran segreto, di notte, in uno degli appartamenti sfitti del palazzo. Ma nulla può contro le conseguenze della sua cittadinanza americana.

Chissà se i tedeschi vennero davvero a confiscare Shakespeare and Company? Se sì, non la trovarono” scrive Sylvia nel suo libro di memorie “Ma alla fine vennero a prenderne la proprietaria”. Passa sei mesi in un campo di concentramento e quando torna a Parigi, per evitare di essere di nuovo imprigionata, vive nascosta nel foyet des etudiantes di un’amica; ma ogni giorno si reca in Rue de l’Odéon per informarsi sulla libreria di Adrienne Monnier, la resistenza parigina e la sorte degli scrittori che per anni avevano animato la Shakespeare and Company.

Nonostante gli scontri, che proseguono intensi, e nonostante i cecchini tedeschi sui tetti, con la liberazione di Parigi Sylvia torna alla sua libreria, che però non riaprirà mai più i battenti. Parigi continua comunque a essere la sua città: vi rimane fino alla morte, avvenuta nel 1962, a sette anni dal suicidio dell’amica Adrienne.

Per chi voglia rendere omaggio all’editrice di Joyce, alla donna che ha saputo dare vita a un cenacolo culturale animato dai nomi più importanti della cultura (americana e non) della prima metà del XX secolo, le spoglie di Sylvia Beach risposano al Princeton Cemetery.

“Sebben che siamo donne” è il titolo di uno dei tanti canti delle donne mondine che rivendicavano il loro salario come al solito minore di quello degli uomini.
Con questo titolo pubblicherò articoli che parlano di donne che non hanno ricevuto i dovuti riconoscimenti e per il loro ingegno e per il lavoro fatto.
Solo per il fatto di essere donne.
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* Sebben che siamo donne : E’ Cecilia Payne che ha scoperto la materia dell’universo

Secondo il Global Media Monitoring Project del 2015 la percentuale di donne a cui viene data visibilità sui media tradizionali di tutto il mondo è del 24% rispetto agli uomini.

Perchè i traguardi femminili vengono o poco citati o raccontati come eccezioni?

E sono quasi sempre accompagnati da luoghi comuni e stereotipi sul ruolo delle donne?

Eppure sono passati tanti anni anni da quando Charles Darwin in una lettera inviata all’attivista Caroline Kennard, il padre dell’evoluzione affermava che le donne “sebbene generalmente superiori agli uomini in qualità morali, sono intellettualmente inferiori”.

 

La scienziata Cecilia Payne

 

Dalla sua morte nel 1979, la donna che ha scoperto di cosa è fatto l’universo non ha nemmeno ricevuto una targa commemorativa. I suoi necrologi sui giornali nemmeno menzionano la sua più grande scoperta. […]

Ogni studente delle superiori sa che Isaac Newton ha scoperto la gravità, che Charles Darwin ha scoperto l’evoluzione e che Albert Einstein ha scoperto la relatività del tempo.

Ma quando si tratta della composizione del nostro universo, i libri di testo dicono semplicemente che l’atomo più abbondante nell’universo è l’idrogeno. E nessuno si chiede mai come lo sappiamo “.

(Jeremy Knowles, discutendo della totale mancanza di riconoscimento che Cecilia Payne ottiene, ancora oggi, per la sua scoperta rivoluzionaria – da: @alliterate)

La madre di Cecilia  si rifiutò di spendere soldi per la sua istruzione universitaria, ma lei vinse una borsa di studio a Cambridge.

Cecilia completò là i suoi studi, ma Cambridge non le riconobbe la laurea perché era una donna; decise dunque di mandare al diavolo Cambridge e di trasferirsi negli Stati Uniti per lavorare ad Harvard.

Cecilia Payne è stata la prima persona in assoluto a guadagnarsi un dottorato di ricerca in astronomia, al Radcliffe College, con quello che Otto Strauve definì “la tesi di dottorato più brillante mai scritta in astronomia”.

Cecilia Payne non solo scopre di cosa è fatto l’universo, ma anche di cosa è fatto il sole (Henry Norris Russell, un collega astronomo, è di solito accreditato della scoperta che la composizione del sole è diversa da quella della Terra, ma giunse alle sue conclusioni quattro anni dopo Cecilia, dopo averle fortemente consigliato di non pubblicare le sue).

Cecilia Payne è praticamente la ragione per cui sappiamo qualcosa sulle stelle variabili (stelle la cui luminosità, vista dalla Terra, fluttua). Letteralmente ogni altro studio sulle stelle variabili è basato sul suo primo lavoro sull’argomento.

Cecilia Payne è stata la prima donna ad essere promossa a professora ordinaria dall’interno di Harvard, a lei va il merito di aver tracciato la strada per le donne nel dipartimento di scienze di Harvard e in Astronomia, oltre ad aver ispirato intere generazioni di ragazze a intraprendere lo studio delle scienze.

Cecilia Payne fu una scienziata fantastica e tutti dovrebbero conoscerla.

(Traduzione e adattamento di AiM, da un post di Matthew Gardner)

https://lauracarpi.com/2020/10/23/la-buona-notizia-del-venerdi-il-nobel-2020-per-quattro-donne-e-se-ne-parla-solo-nei-rispettivi-ambiti-e-nemmeno-tanto/

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* Sebben che siamo donne: Virginia Woolf

“Chi mai potrà misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando rimane preso e intrappolato in un corpo di donna?»

(Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, 1929)

Cos’altro posso fare per incoraggiarvi a far fronte alla vita?

Ragazze, dovrei dirvi – e per favore ascoltatemi, perché comincia la perorazione – che a mio parere siete vergognosamente ignoranti.

Non avete mai fatto scoperte di alcuna importanza. Non avete mai fatto tremare un impero, né condotto in battaglia un esercito. Non avete scritto i drammi di Shakespeare, e non avete mai impartito i benefici della civiltà ad una razza barbara. Come vi giustificate?

È facile dire, indicando le strade, le piazze, le foreste del globo gremite di abitanti neri e bianchi e color caffè, tutti freneticamente indaffarati nell’industria, nel commercio, nell’amore: abbiamo avuto altro da fare. Senza la nostra attività nessuno avrebbe solcato questi mari, e queste terre fertili sarebbero state deserto. Abbiamo partorito e allevato e lavato e istruito, forse fino all’età di sei o sette anni, i milleseicentoventitré milioni di esseri umani che secondo le statistiche sono attualmente al mondo; e questa fatica, anche ammettendo che qualcuno ci abbia aiutate, richiede tempo.

C’è del vero in quel che dite – non lo nego.

Ma nello stesso tempo devo ricordarvi che fin dal 1866 esistevano in Inghilterra almeno due colleges femminili; che, a partire dal 1880, una donna sposata poteva, per legge, possedere i propri beni; e nel 1919 – cioè più di nove anni fa – le è stato concesso il voto?

Devo anche ricordarvi che da ben dieci anni vi è stato aperto l’accesso a quasi tutte le professioni?

Se riflettete su questi immensi privilegi e sul lungo tempo in cui sono stati goduti, e sul fatto che in questo momento devono esserci quasi duemila donne in grado di guadagnare più di cinquecento sterline l’anno, in un modo o nell’altro, ammetterete che la scusa di mancanza di opportunità, di preparazione, di incoraggiamento, di agio e di denaro non regge più.”

Virginia Woolf – 25 gennaio 1882 – 28 marzo 1941

….non si può non aver letto ” Una stanza tutta per sè”

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* La buona notizia del venerdì: E’ una scienziata che ha sviluppato la tecnologia alla base dei vaccini a mRna! La sua ricerca iniziata dal 1995 e messa a punto dal 2005!

E’ Katalin Karikò la prima ricercatrice a studiare le possibilità di creare vaccini con l’uso della molecola RNA.

Katalin Kariko, la ricercatrice nata in Ungheria nel 1955 che ha sviluppato, nel corso delle sue ricerche la tecnologia che è alla base dei vaccini di Pfizer/Biontech e di Moderna/Nih: quella dei vaccini a mRna.

La sua storia comincia con il licenziamento dal Szeged Biological Research Center in Ungheria dove aveva deciso di continuare i suoi studi sull’RNA iniziati all’Università di Szeged. Dopo quel licenziamento alla giovane ricercatrice appena trentenne arrivò nel 1958 l’offerta per un posto alla Temple University  in Pennsylvania (USA).

Allora c’era ancora il Muro di Berlino e per una coppia di ricercatori come Kariko e suo marito, era difficile passare dall’altra parte.

Così, ha raccontato al New York Post, vendettero la loro auto al mercato nero e con il ricavato (1.200 dollari) nascosto nell’orsacchiotto della figlia di appena due anni, sbarcarono in America. Qui, dopo cinque anni alla Temple, è passata alla Pennsylvania University dove ha tenacemente continuato le sue ricerche e la sua attività di professore.

Nel corso della sua carriera si è dovuta scontrate con almeno due rettori dell’Università americana che hanno fatto di tutto per relegare ai margini la sua attività di ricerca.

Per anni in molti hanno pensato che il suo lavoro di ricerca sull’mRNa fosse un vicolo cieco. Negli anni 90 molto domande per il finanziamento sono state respinte e il suo lavoro ha rischiato di venire cancellato.

Kariko però grazie alla collaborazione con Drew Weissman ha continuato a portare avanti i suoi obiettivi riuscendo a scoprire meccanismi chiave per lo sviluppo degli attuali vaccini, e delle altre terapie a base di mRNA, come, per esempio la terapia genica.

La sua scoperta chiave è stata quella della messa a punto, nel 2005, di un metodo che permettesse di prevenire la risposta infiammatoria ll’Rna sintetico da parte dell’organismo. Questo ha aperto la strada a tutte le altre applicazioni tanto che molti ricercatori, inclusi quelli che ora lavorano per Moderna, riconoscono il ruolo di primo piano della ricercatrice ungherese.

Dal 2014 Katalin Karikò, che è titolare di diversi brevetti, lavora per la Biontech, la società tedesca che ha sviluppato il vaccino che viene somministrato in queste ore nel Regno Unito contro il Covid, dopo aver rifiutato una proposta di lavoro, dalla diretta concorrente, Moderna.

“Penso che dovrebbe ottenere il Premio Nobel per la chimica”, ha detto al Post Derrick Rossi, uno dei principali biologi molecolari del paese.

Rossi, un ex professore di Harvard, ha visto la ricerca di Kariko dopo che è stata pubblicata nel 2005, ne ha riconosciuto il potenziale e si è basato su di essa quando ha fondato Moderna nel 2010.

L’RNA è una molecola senza la quale la vita sulla Terra non potrebbe esistere. È il messaggero incaricato di entrare nel nucleo delle nostre cellule, leggere le informazioni contenute nel nostro libro di istruzioni genetiche, il DNA, e uscire con la ricetta per produrre tutte le proteine ​​di cui abbiamo bisogno per muoverci, vedere, respirare, riprodurci, vivere.

https://www.affaritaliani.it/esteri/vaccini-kariko-la-madre-ungherese-dell-antidoto-per-il-covid-prossimo-nobel-713862.html

https://www.agi.it/scienza/news/2020-12-11/donne-hanno-fatto-vaccini-10641309/

sebben che siamo donne !

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* Sebben che siamo donne: Jeanne Baret la prima donna che ha circumnavigato il mondo e scoperto la bouganville

Oggi Jeanne Baret avrebbe compiuto 280 anni.

E Google ha deciso di regalare uno dei suoi doodle alla celebre botanica ed esploratrice francese che nel 1766 lasciò la Francia per una spedizione esplorativa diventando la prima donna a girare il mondo.

Jeanne Baret salpò a bordo della nave Étoile conquistando poi il primato di prima esploratrice del mondo.

La botanica nacque il 27 luglio 1740 ad Autun nella Francia centrale. Grazie a un’educazione rurale, divenne abile nell’identificare le piante e ottenne il riconoscimento come specialista locale in medicina delle piante.

All’inizio del 1760 iniziò a lavorare per il noto botanico Philibert Commerson.

Quando la Francia organizzò la sua prima circumnavigazione del globo nel 1765, Commerson fu invitato come botanico del gruppo.

Le leggi francesi allora non permettevano alle donne di salire sulle navi della marina, quindi pur di partire come assistente di Commerson, Jeanne si vestì da uomo. La coppia insieme raccolse oltre 6.000 esemplari di piante durante il viaggio.

Alla fine, i membri dell’equipaggio scoprirono a Tahiti che Jeanne era una donna travestita da uomo e lei e Commerson terminarono il loro viaggio sull’isola di Mauritius nel 1768. Jeanne rimase lì per anni prima di fare ritorno nella sua Francia,  data che segnò il completamento ufficiale della sua circumnavigazione della Terra.

Per celebrare questa donna eroica e coraggiosa che dopo mille peripezie è riuscita a girato il mondo in nome della scienza, Google oggi le ha dedicato un doodle.

Secondo l’opinione comune, a Jeanne Baret si deve la scoperta della bellissima bouganville mentre l’equipaggio era fermo in Brasile. Per questo nel doodle è raffigurata con una vite in bouganville in fiore.

Jeanne Baret ha preso un campione di questa vite fiorita mentre viaggiava in Brasile. Ho sempre adorato questa pianta e volevo assolutamente includerla” ha spiegato l’autore del doodle.

Nel 2012, Jeanne Baret ricevette finalmente l’onore botanico che le sfuggì durante la sua vita, quando una pianta del genere Solanum – che include patate, pomodori e melanzane – ricevette il nome di specie baretiae.

Fonte:

https://www.google.com/doodles/jeanne-barets-280th-birthday